Cronaca
novembre 14, 2014 2090 Visualizzazioni

Vladimiro Riga spegne 70 candeline, dagli Indios ai 15mila del Madison Square Garden

Vladimiro Riga spegne 70 candeline, dagli Indios ai 15mila del Madison Square Garden

Pensi di trovarti davanti l’inguaribile guascone, l’indomabile istrione, il vecchio campione ed invece scopri un filosofo, o quasi. Vladimiro Riga spegne 70 candeline e regala aforismi e perle di saggezza. “Nessuno è più povero di chi possiede solo i soldi!”, dice per rompere il ghiaccio ed è solo l’inizio di una pioggia di ricordi, battute, aneddoti che ci conducono indietro negli anni, quando la boxe era ancora la “nobile arte” ed i pugili una categoria da guardare con deferenza e un po’ di timore.

– Riga Vladimiro 70 anni e non sentirli! Merito magari di un’infanzia ed una giovinezza agiate e con pochi sacrifici…

“L’esatto contrario. Sono nato a Mondolfo e cresciuto in una famiglia poverissima, non ho studiato ed a 10 anni con padre, madre e fratello sono emigrato in Venezuela. Mio padre lavorava nella stiva di una nave e noi con lui, in un posto dove oggi non farebbero vivere neppure gli animali. Lì dentro vissi 33 giorni: tutti stavano male ma per me era quasi divertente, un’avventura vera!”.

– Che ricordi hai del Venezuela? 

“Sono stati 6 anni che mi hanno segnato la vita. Vivevamo in mezzo alla savana con gli indios. Non parlavamo italiano ma castigliano e dal tanto sole la mia pelle era diventata talmente scura che sembravo uno di loro. Già da piccoli sia io che mio fratello Luciano lavoravamo e gli indios si divertivano a prenderci in giro. Poi però siamo diventati amici e mi sentivo uno di loro”.

– Poi il ritorno in Italia…

“Partii col magone dal Venezuela. Già amavo gli incontri di pugilato, seguivo i campioni dell’America Latina ed una volta tornato in Italia andai subito in palestra a tirar pugni”.

– Fin dall’inizio dicono promettessi bene!

“E’ vero, mi sono subito messo in luce nei Novizi. Nel 1963 andai a combattere a Tripoli e sconfissi il campione africano, poi battei Maragliulo e nel 1966 divenni campione italiano dilettanti dei welter, un successo che mi spalancò le porte della Nazionale. Nel 1969 mi confermai campione d’Italia contro Freschi ma non potei partecipare alle Olimpiadi a causa di un infortunio alla mano destra”.

– Quali sono i momenti legati alla boxe che ricordi con maggior soddisfazione?

“I più bei ricordi sono legati all’aver incrociato i guantoni con Nino Benvenuti quando si stava preparando per il titolo mondiale contro Griffith. A Porto Recanati per vederci allenare insieme c’era tanta gente in fila che pagava il biglietto. Poi la trasferta americana al mitico Madison Square Garden con la Nazionale. Facemmo un mega ritiro di un mese a Fiuggi dove mi allenai nuovamente con Benvenuti. A New York ebbi la consacrazione: Lino Manocchia, epico giornalista, scrisse articoli pieni zeppi di elogi su di me. Al Madison sconfissi Muniz: la prima ripresa presi un sacco di botte tanto che l’allenatore Rea era pronto a gettare la spugna. Lo fermai, seguii i consigli del coach ed alla fine i 15000 del Madison mi tributarono un’ovazione: roba da far venire ancora oggi i brividi!”.

– Miro per te cos’è stata la boxe?

“Soffrivo l’anonimato ed il pugilato è stato un riscatto sociale. I figli dei poveri potevano avere i libri gratis ma io non volevo che mia madre andasse a richiederli perché non volevo che si sapesse della nostra miseria. Poi la boxe era una passione: ho combattuto da dilettante come un professionista e da professionista come un dilettante in quanto non mi sono piaciuti gli eccessi e tutto il marcio che ne derivava con procuratori simili ad avidi squali. Il mio curriculum di vittorie è splendido ma ricordo soprattutto il piacere di salire sul ring. Dovetti smettere per problemi agli occhi”.

– Nella tua seconda vita ti sei scoperto un po’ showman ed un po’ promoter…

“Sì, ho iniziato con la Pedalata per la Vita, poi grazie ad un amico che vive negli USA, Piero Santini, ho allacciato tanti contatti portando a combattere negli States Parisi e Piccirillo. Quando sono crollate le Torri Gemelle ero a pochi isolati di distanza. Ho collaborato con Don King, il più celebre promoter di boxe nel mondo. Ora organizzo eventi, tra cui “Le Marche in Vetrina” giunta alla 10^ edizione che si terrà a Castelraimondo grazie al sindaco Renzo Marinelli. Anche il governatore e gli operatori della Regione mi hanno sostenuto nel patrocinio di tanti eventi”.

– Chi sono secondo te i 5 pugili più forti di tutti i tempi?

“Cassius Clay (Miro lo chiama ancora così! ndr), Hagler, Benevenuti, Leonard, Robinson ed anche Bum Bum Mancini”.

– E tra i personaggi del mondo dello spettacolo con chi sei maggiormente amico?

“Con Pippo Baudo e Franco Nero mi lega un’amicizia lunga e vera ma anche con Omar Sharif ed Andrea Bocelli c’è affetto e stima”.

– E la donna più bella che hai incontrato nel tuo peregrinare?

“Vanessa Redgrave: forse non è la più bella ma certamente è la più elegante, sensibile, raffinata”.

– Hai dato e preso tanti cazzotti. Qual è stato quello che ti ha fatto più male?

“Non è stato un pugile a darmelo ma il comune di Falconara trent’anni fa. Mi hanno tolto tutto ed ho vissuto momenti durissimi ma sono ancora qua”.

– Le sette decadi ti hanno cambiato?  Cosa pensi di fare da grande?

“La presunzione è sempre quella, come la grinta. Penso sempre al domani tanto che non riesco a godermi il presente, ho sempre fame di nuove cose. Penso positivo e anche l’Italia riuscirà a rialzare la testa: gli italiani hanno creatività e fantasia come nessun altro al mondo”.

Miro Riga, un personaggio a tutto tondo. Anche la data di nascita è avvolta nel mistero. “Sono nato l’11 novembre 1944 – dice tra il serio ed il faceto – ma mi hanno iscritto all’anagrafe solo il 13”. La sua splendida famiglia conta una sensibile, dolce ed assai comprensiva moglie, Liviana, due figli, Massimiliano e Marzia, due stupende nipotine, Anna Maria e Giada. Invidiabile il suo curriculum di vittorie: su 185 incontri da dilettante ne ha vinti ben 180 mentre sono 40 i successi tra i professionisti su 44 match disputati. Vladimiro ha 70 anni e sembra un vecchio saggio. “Sono stato fortunato a nascere povero perché i poveri sanno apprezzare ogni cosa ed ogni gradino che salivo era per me un grande successo”.

di Gianluca Fenucci

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