Cronaca
marzo 10, 2015 3757 Visualizzazioni

Lettera aperta in ricordo di Franco Cappelloni

Lettera aperta in ricordo di Franco Cappelloni

Caro “Cappellò”, caro amico e compagno Franco Cappelloni, ci hai voluto lasciare a modo tuo, non ti sei smentito. Testardo, ma coerente con il tuo spirito ribelle, fuori dai tanti schemi che le convenienze e gli opportunismi, vorrebbero imporci. Questo tuo “impasto” ha caratterizzato sempre il tuo modo di agire e di rapportarti. Dal ruolo di chierichetto in quel di Camerata Picena, alla squadra di tracciatori al Cantiere Navale di Ancona, dove insieme alle esperienze di lotta dei vecchi operai, hai poi condiviso insieme al tuo compagno, il Sen. Alfredo Caprari, e di tanti giovani arsenalotti le lotte della CGIL che hanno segnato la fine, del ricatto, del servilismo, della paura e l’inizio di quella grande stagione che ha portato poi, il movimento dei lavoratori alla conquista di quella Legge di civiltà e del diritto: LO STATUTO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI.

Ti ricordo giovanissimo, vestito con la divisa estiva della Marina Militare al concorso dei Monopoli a Roma. Ti ho rivisto tanti anni, all’inizio del 1971 alla mensa impiegati della Manifattura Tabacchi di Chiaravalle, tu eri giunto da quella di Trieste da pochi giorni, ed io per la prima volta mi affacciai in quel locale, ero spaesato, i “colleghi” non mi degnarono di un saluto; era arrivato un comunista. Sei stato l’unico, al tavolo giù in fondo eri solo, mi hai chiamato e fatto accomodare vicino a te. Poi nei giorni successivi grazie, alla saggezza di un democristiano, di lunga esperienza seminariale, il caro Elio Vitali, ruppe il vuoto peneumatico dicendo ai colleghi: ora abbiamo anche i compagni…. Poi via, via ti sei e ci siamo conquistati simpatia e amicizia e tutti insieme credo abbiamo lasciato un buon ricordo. Tu in particolare non soltanto hai sfatato, vecchi pregiudizi, ma hai cercato di imitare nel tuo ruolo di Direttore di mensa le eccellenze culinarie dell’Artusi, in quella grande greppia rappresentata da migliaia di pasti giornalieri su tre turni (due a mezzodì, due alla sera). Era diventata la mensa dell’eccellenza, non solo delle Marche. Infatti era un richiamo anche per le Ditte esterne. La dico tutta: ci sono stati tanti commensali che nemmeno a casa loro si sognavano di mangiare così bene e tanto, vino verdicchio e ad un costo pari ad un cappuccino con briosche, che poi al bar della mensa Manifattura costavano un quarto del quotidiano l’Unità, che siamo riusciti a far entrare lì dentro grazie al tuo impegno e di altri compagni nella diffusione, insieme alla creazione della sezione del P.C.I. Però come dice il proverbio: non si possono dare le pastarelle ai somari. Infatti più ne fai, ed alla fine ci siamo mangiati quelle conquiste e da ultimo anche lo Statuto, Manifattura compresa.

C’era quel binomio mensa e spaccio aziendale gestito dal caro Paolo Ulissi e da Pierino, e quelle iniziative del Cral diretto da Rocchetti, Luciani, Carbonelli che hanno dato un contributo notevole a far quadrare ed anche i arricchire i bilanci familiari dei lavoratori/ci della Manifattura e non solo. Ricordo il tuo instancabile impegno come segretario della sezione del P.C.I. “Gramsci”, come tesoriere del Partito e delle Feste grandiose de l’Unità cittadine, da ultimo il tuo impegno con lAnpi. Il tuo sostegno e di tanti compagni per realizzare una nuova politica urbanistica nella nostra città che ha dato irripetibili successi e risultati inequivocabili. Il tuo impegno volontario, insieme ad altri compagni e cittadini per realizzare il parco 1° Maggio, fanno oramai parte della nostra piccola storia di Chiaravalle. Con l’amore e l’affetto hai accudito con sacrificio enorme accompagnandoli fino alla fine i tuoi cari genitori, la tua cara suocera Vittoria, con l’aiuto instancabile di tua moglie Marilena, che ti è stata vicina e penso che con il tuo estremo gesto hai voluto alleviargli altri duri e penosi sacrifici. Nella tua durezza estrema ci hai consegnato due messaggi ai quali dobbiamo sentirci portatori: lasciare a chi soffre di come decidere della propria esistenza. L’altro è quell’indicazione di non mollare, di sollecitare la scienza, la ricerca a fare presto a dare risposte ad una umanità sofferente, che in parte la fede può lenire, ma che il corpo e lo spirito umano non sempre possono sopportare. Ciao, un abbraccio Gianni.

da Gianni Aquili

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